Un sogno di Marijana

Anche in questo sogno mi trovo nella casa dei miei avi, nella casa della mia bisnonna materna dove sono stata poche volte e soltanto da piccola.
La casa in realtà era piccola e vecchia, non mi ricordo di preciso di come era fatta, ma nel mio sogno aveva due stanze: in una moderna, stavo io e molti dei miei amici, e in altra, che sembrava la stanza di una antica casupola, con il pavimento di terra e i muri inclinati, con il soffitto basso, stavano sedute sulle seggiole le mie defunte parenti dalla parte materna, con le mani incrociate e tutte vestite di nero.
Dalla stanza moderna in cui mi trovo, sento che qualcosa sta per accadere in quella altra e che devo andare lì. I miei amici non sanno niente dalla presenza dei miei avi, nemmeno dell’esistenza dell' altra stanza e io cerco d’uscire senza che nessuno se ne accorga.
Prima di entrare nella stanza delle avi, vedo da un finestrino avvicinarsi una colonna funebre. Io so che i cavalli senza il cocchiere portano il corpo del mio nonno materno, in realtà ucciso nel campo di concentramento in Norvegia, durante la seconda guerra mondiale. E’ stato sepolto in una fossa comune e senza nessun rito funebre.
La sua bara, portata da due vecchi e malaticci cavalli, è seguita da un gruppo di persone magre, sofferenti, che mezze nude percorrono la strada piena di neve per entrare in casa. La mia attenzione viene attirata da una persona che assomiglia molto alla fotografia del mio nonno defunto  e che cammina subito dietro la bara. 
Mi accorgo che dietro la porta della stanza ci sono due preti anziani ad aspettare la colonna funebre. Hanno addosso tuniche giallo chiaro di seta e una specie di sciarpa color verde e bordò che scende dalle loro spalle ai piedi.
La bara viene appoggiata su un tavola di legno, bassa e rotonda, su cui  si trova una bottiglia di vino rosso e il pane fatto a modo delle contadine serbe. La messa inizia, le mie parenti continuano a stare sedute con le mani incrociate e  ripetono le parole che dicono i preti, ma io non capisco bene e non faccio che  aprire la bocca.
Il rito funebre è finito, la bara viene riportata sul carro e io, oltre ad inquietudine, avverto dentro di me anche un senso di sollievo.

 

 

 

 

Sogno Marijana - interpretazione di  Franca

Questo sogno di M. non ci fornisce indicazioni numeriche di sorta, quasi che la sognatrice volesse evitare di darci in sintesi il titolo del suo "problema". Tuttavia gli compete il numero 5 (che M. ha evitato di apporre) per il fatto che e'  il "quinto" offerto  alla nostra interpretazione,  e quindi l'Archetipo a cui appartiene e' quello del "Sacerdote", del "Pontefice", del "Sacro". Per i significati di tale Archetipo v. www.teatrometafisico.it  archetipi.
Anche in questo sogno mi trovo nella casa dei miei avi, nella casa della mia bisnonna materna dove sono stata poche volte e soltanto da piccola. Nel sogno n. 2 Marijana. ci ha parlato della casa dei nonni paterni, invece questa volta il sogno e' ambientato nella casa della "bisnonna materna", esso dunque nasce sotto l'influsso della Grande Madre Binah (la Nonna), la Comprensione,  permettendo alla sognatrice di sviluppare questa Sephirah.
La casa in realtà era piccola e vecchia, non mi ricordo di preciso di come era fatta, ma nel mio sogno aveva due stanze: in una moderna, stavo io e molti dei miei amici, e in altra, che sembrava la stanza di una antica casupola, con il pavimento di terra e i muri inclinati, con il soffitto basso, stavano sedute sulle seggiole le mie defunte parenti dalla parte materna, con le mani incrociate e tutte vestite di nero. La casa, in sogno, e' il Luogo dell' apprendimento, degli affetti, delle esperienze, del rifugio, e simboleggia la personalita' della sognatrice, la sephirah Malkuth; questa casa di Marijana. comprende due stanze che sono due epoche: una di oggi, con Marijana stessa e i suoi numerosi amici, e una di ieri con le parenti a lutto e le mani in croce: presente e passato convivono in questa casa ma gli ambienti sono diversi per qualita' e atmosfera e non comunicano tra loro.
Dalla stanza moderna in cui mi trovo, sento che qualcosa sta per accadere in quella altra e che devo andare lì. I miei amici non sanno niente dalla presenza dei miei avi, nemmeno dell’esistenza dell' altra stanza e io cerco d’uscire senza che nessuno se ne accorga. Non solo non c'e' comunicazione fra le due "stanze", ma Marijana, unico elemento che le unisce, nasconde agli "amici", a coloro che ama nella stanza di oggi, l'esistenza dell'altra parte di casa e dei suoi abitanti di ieri, Marijana nasconde dunque a se stessa "giovane" la se stessa "vecchia".  Tuttavia sente che qualcosa sta per accadere, forse qualcosa che mettera' in sintonia le due stanze.
Prima di entrare nella stanza delle avi, vedo da un finestrino avvicinarsi una colonna funebre. Supponiamo che il finestrino, sia una piccola apertura che permette di guardare "fuori", e che sia collocato in un ambiente (corridoio, atrio o altro) al di fuori delle due stanze, un'apertura quindi che prescinde dal presente e dal passato, una sorta di "occhio atemporale",  attraverso il quale si puo' "vedere" quello che non e' avvenuto nel passato e che si crede non abbia possibilita' di avvenire nel presente.  Marijana "vede" avvicinarsi una colonna funebre, un corteo funebre. Il funerale nel sogno e' simbolo di un cambiamento radicale, ma in tutti i cambiamenti radicali cio' che "muore" deve essere "benedetto" per far si' che "nasca" poi qualcosa di positivo.
Io so che i cavalli senza il cocchiere portano il corpo del mio nonno materno, in realtà ucciso nel campo di concentramento in Norvegia, durante la seconda guerra mondiale. E’ stato sepolto in una fossa comune e senza nessun rito funebre. Qualcosa che appartiene al "passato" di Marijana. in riferimento alla colonna di sinistra (sentimento) ma nella sua accezione attiva, maschile (= nonno materno), non e' stato sepolto col rito funebre, non e' stato "benedetto" dopo la morte violenta ed ora reclama il suo funerale. La sua bara, portata da due vecchi e malaticci cavalli, è seguita da un gruppo di persone magre, sofferenti, che mezze nude percorrono la strada piena di neve per entrare in casa. Il corteo e' costituito da un carro con la bara, portato da due cavalli vecchi e malaticci, al seguito  ci sono persone magre, sofferenti, intorno freddo, neve: certo l'ambiente non e' allegro, sa di campo di concentramento cioe' di qualcosa che porta al "centro" ma attraverso terribili sofferenze; e manca il cocchiere. Nella simbologia dell'Archetipo del "Carro" la mancanza del guidatore indica una carenza nella facolta' volitiva, i cavalli corrispondono alla passioni che, se non sono governate, possono condurre  il carro fuori strada. La mia attenzione viene attirata da una persona che assomiglia molto alla fotografia del mio nonno defunto  e che cammina subito dietro la bara... ma ecco che il "guidatore del carro" compare sotto le spoglie del morto stesso, che cammina subito dietro la bara: dunque la facolta' volitiva c'e', deve solo smettere di camminare dietro la sua bara e salire sul carro!
Mi accorgo che dietro la porta della stanza ci sono due preti anziani ad aspettare la colonna funebre. Hanno addosso tuniche giallo chiaro di seta e una specie di sciarpa color verde e bordò che scende dalle loro spalle ai piedi: la situazione sta evolvendo verso la soluzione del problema che e' questa: celebrare al piu' presto il rito funebre (che e' mancato al momento giusto), cioe' la benedizione del "morto". Per compiere il rito ci sono ora ben due "preti"; ecco che il 5 di cui parlavamo all'inizio compare e si realizza. Il giallo chiaro delle tuniche dei "preti"simboleggia saggezza, il verde della stola ricchezza, e il bordo' (= rosso amaranto) amore e spirito di sacrificio; queste qualita' nelle due figure dei "sacerdoti" (=coloro che fanno il sacro) benedicono il "morto".
La bara viene appoggiata su un tavola di legno, bassa e rotonda, su cui  si trova una bottiglia di vino rosso e il pane fatto a modo delle contadine serbe. Abbiamo qui tutti gli elementi per la "Comunione" di riconciliazione tra morte e vita (ieri e oggi): la tavola bassa e rotonda, accessibile a tutti i partecipanti (i parenti di ieri, Marijana di oggi e, se lei vuole, anche gli amici); di legno, costruita con la sostanza dell'Albero; il vino rosso, simbolo dello Spirito; il pane, simbolo della materia prima.  La messa inizia, le mie parenti continuano a stare sedute con le mani incrociate e  ripetono le parole che dicono i preti: al Sacrificio della Messa le parenti partecipano attivamente, suggellando anche con il loro sacrificio, le mani incrociate (in Croce), il sacrificio del morto; ma io non capisco bene e non faccio che aprire la bocca: anche Marijana cerca di partecipare come puo', ma ancora "non capisce bene".
Il rito funebre è finito, la bara viene riportata sul carro e io, oltre ad inquietudine, avverto dentro di me anche un senso di sollievo: quando tutto e' finito, inquietudine e sollievo sono i sentimenti che pervadono la sognatrice: inquietudine perche' qualcosa di profondo e' stato portato alla superficie; sollievo perche' quel qualcosa e' stato risolto. Tornando a "casa" ora potra' aprire le porte delle due stanze e cosi' gli amici di oggi conosceranno i parenti di ieri ed invieranno loro, come dovuto, pensieri affettuosi ... e gia', perche' essi sono anche i loro avi!
Prima di terminare il commento a Marijana 5, vogliamo far notare che in questo periodo il gruppo del Cis sta mettendo in scena "Tobia, uomo di Dio" tratto dal libro biblico di Tobia, in cui si tratta ampiamente della sepoltura dei morti; per chi fosse interessato segnaliamo il ns/ commento a tale libro: v.
www.taozen.it  appuntamenti. Ricordiamo in particolare che il significato interiorizzato di seppellire i genitori (Tb. 6,15) include proprio il dovere dei figli (presente) di onorare le spoglie dei padri (passato) per poterli ricevere ed assimilare, dopo averli sollevati da tutti i "pesi" materiali, astrali e mentali che possono gravare su di loro ed impedirne la serena dipartita; la ricetta di tale medicina e' tutta a base di perdono, gratitudine, comprensione e amore.

Grazie. F. V.

 

 

 

 

 

Sogno di Marijana  - interpretazione di  Natale

Le nonne sono un mito. Non sappiamo quanto bambini oggi hanno la fortuna di vivere insieme con i nonni. I vecchi, non più rispettati, vengono regolarmente parcheggiati in ospizi, che ironicamente sono stati battezzati, da qualche burlone, col nome di "case di riposo".  Se in questo preciso momento penso a mia nonna materna (di quattro nonni ho conosciuto solo lei), do vita ad una "figura" che mai potrà coincidere con la madre di mia madre o con la madre dei miei zii, o con la suocera di mio padre. E forse la stessa persona, agli occhi di mio fratello, che con lei ha condiviso molto più tempo di me, sarebbe completamente diversa. Non è un discorso pirandelliano, questo. Stiamo solo cercando di dire che il nonno o la nonna sono (ma forse sarà il caso di dire erano) mitologia, figure particolari che, come dei contenitori enormi contenevano tutte le virtù umane: saggezza, pazienza, tolleranza, amore, comprensione, amicizia, maestria, ecc. Erano anche, però, storia vivente. Con i loro racconti d'altri tempi, facevano rivivere il passato con assoluta semplicità e veridicità, dando senso all'allora presente. Erano diversi da tutti gli altri esseri viventi: erano nonni! Ogni bambino si trovava come in presenza di un archetipo, e veniva stimolato alla crescita con tale maestria, che spesso il solo loro agire fungeva da infallibile indicazione, oppure una breve frase conteneva in etica, morale, pedagogia, filosofia e mille altre cose, più di quanto potesse contenere un intero corso di studi. Una figura così complessa, così ricca, non può che essere mitica, archetipica, "diversa", eccezionale.
Quando nei suoi sogni Marijana parla dei nonni, mi ricorda tutto questo, e questa breve amplificazione vuole solo sottolineare l'importanza che nel suo sogno rivestono tali figure. Aldilà dell'importanza del significato "simbolico" che il nonno o la nonna possono avere in un sogno, essi sono importanti di per sé, come categoria sociale. Detto questo, passiamo al sogno.
Anche in questo sogno mi trovo nella casa dei miei avi
. La sognatrice si riferisce alla casa della bisnonna materna dove sono stata poche volte e soltanto da piccola.  E' possibile notare in questo inizio di sogno un rinnovato tentativo ("Anche in questo sogno") da parte di Marjiana di riandare alle proprie origini, alle proprie radici, alla propria "vera" identità. Ognuno di noi crede, nascendo, di avere una perfetta ed inalterabile identità, che verrebbe garantita dal popolo in cui si è nati, dalla famiglia d'appartenenza, dal quartiere, dalla città e dalla regione, dalla lingua, dagli usi e costumi, ecc. Ora, tale identità la possiamo affermare solo fintanto che rimaniamo nei luoghi d'origine. Nel momento in cui "cambiamo spazio", perdiamo l'identità fittizia che ritenevamo possedere. La nostra vera natura non è quella. Ce ne accorgiamo quando, andando a vivere in un altro paese, scopriamo di star per ricevere un altro "marchio" che sarà proprio di quello spazio tempo. Quale sia la nostra verà identità ognuno di noi dovrà scoprirlo da sé, se gli interessa. Questo sogno quinto di Marijana sembra un ulteriore tentativo da parte della nostra amica di rispondere alle antiche domande Chi siamo?   e   da dove veniamo?, al fine di poter finalmente rispondere all'altra domanda: dove andiamo?  Marijana alla prima domanda (chi siamo?) si risponde subito: non siamo il corpo. Vediamo come lo fa. La sua vita viene vissuta in due stanze (che possono essere interpretate come due luoghi diversi, due tempi diversi, due stati psichici diversi, due mondi paralleli, ecc.) la vita sociale, fatta di relazioni a volte superficiali, che non aiuta esplicitamente a dare risposte a tali domande, e che sotto sotto rimane il gran maestro dell'esistenza; e la vita intima che costringe a portare l'immenso peso di tali perché. Non siamo corpi, perché (è questa la risposta che può essere colta dal sogno) la natura, la donna, chi "dà la vita" corporea è una defunta che col suo colore di lutto indica l'avvenuto trapasso della propria madre e del proprio padre. E' come se Marijana dicesse: se io sono, non posso essere un corpo che un bel giorno scompare nella polvere, perché l' essere non può non essere. La mia vera identità non ha nulla a che vedere col corpo (cosa importantissima, tempio, forse, della mia vera identità, da tenere in massima considerazione e cura).
Marijana vive il sogno non nella vera casa delle ave, ma in un'altra composta di due stanze: una moderna, ove sta con amici, e l'altra vecchia, col soffitto basso, i muri inclinati ed il pavimento di terra. In quest'ultima stanno sedute le sue ave defunte vestite di nero e con le mani (o le braccia) incrociate. Il passato ed il presente si confrontano. Marijana abbandona i suoi amici e la stanza moderna, perché sa che nell'altra stanza sta per accadere qualcosa: ora, qui, nel presente, sente che accade  quancosa nel suo passato. Il soggetto è bergmaniano, interessante. Gli amici della sognatrice ignorano l'esistenza dell'altra stanza e degli avi, cioè conoscono della nostra amica solo una facciata, non ne conoscono la storia, il passato, il trascorso. E' per questa loro ignoranza che lei li lascia di nascosto e va nella stanza delle ave. Sono queste le madri, la famiglia allargata (non nel senso moderno), un vero nucleo, che però appare perso, o perlomeno lontano. Lo testimonia il corteo funebre che accompagna il nonno materno della sognatrice posto su un carro tirato da cavalli ma senza cocchiere. Ma l'attenzione di Marijana è attratta da uno del corteo: assomiglia molto al suo nonno, che nella realtà era morto in un campo di concentramento e seppellito in una fossa comune.
Il corteo è composto da persone magre, seminude e morte di freddo. Sembra di vedere quelle colonne di prigionieri infreddoliti e magrissimi che certi rari documenti mostrano nei campi di stermino. A volte parliamo di fosse comuni e ci rattristiamo molto, perché quel tipo di esse cui accenna la nostra amica erano volute da chi voleva cancellare l'identità e persino  la memoria dei sepolti. Brutta cosa, quella, ma consoliamoci pensando che la terra altro non è che una gigantesca e roteante fossa comune che ospiterà i corpi di ogni essere vivente. Seppellendo il nonno materno, Marijana ricompone il suo passato, ricomponendo le ossa dell nonno e facendo celebrare a due preti il rito della Santa Messa con vero pane e vero vino. Ma la sognatrice non capisce più quella che dovrebbe essere la sua lingua. Forse l'ho già sottolineato nei sogni precedenti, ma il problema essenziale di Marijana sembra essere quello della doppia identità che si ritrova a dover vivere in terrra straniera: si sente sradicata dal passato, ma nello stasso tempo, non ancora radicata al presente. Ma qui siamo costretti a tornare alle domande fondamentali di cui si parlava all'inizio, ed invitare la nostra amica a cogliere l'opportunità che la vita le offre per indagare veramente da dove viene, chi è, e dove sta andando. Il corpo è un'opportunità unica: l'essere, attraverso il corpo umano, ha la possibilità di "osservarsi", "pensarsi" e quindi trasformare un ammasso di carne e di ossa ed una mente egoica, in una mente di budda ed in in veicolo d'oro puro.
I nostri avi, i nostri nonni, la saggezza devono vivere con noi in un'unica stanza insieme con tutti i nostri amici. E' nostro preciso dovere conoscere fino in fondo lo spazio ed il tempo della nostra esistenza.

Grazie, Nat.

 

 

 

 

Un sogno di Marijana – interpretazione di Maurizio

In questo sogno, come già avvenuto in passato, Marijana sembra entrare in contatto con livelli molto profondi della sua psiche e leggendone il resoconto si ha la netta impressione, molto emozionante, che si manifestino dei grandi archetipi. Sorgono domande cui è difficile dare una risposta: il racconto onirico, infatti,  descrive il funerale di un nonno materno morto in un campo di concentramento norvegese durante la seconda guerra mondiale e seppellito in una fossa comune, quasi per compensare l’anomalia di una sepoltura che nella realtà non si è verificata con il dovuto conforto cerimoniale e religioso; ebbene, dobbiamo dare a ciò un’interpretazione psicologica in relazione con l’inconscio di Marijana, oppure c’è la possibilità che l’evento abbia un valore letterale per la pacificazione di questo antenato “insepolto” e forse inquieto – come nei miti e nei racconti popolari, dove certi defunti vagano finché non s’è concesso loro un degno rituale e una preghiera riparatrice? In ogni caso, perché la sognatrice avverte la necessità di placare l’anima, oppure il ricordo, l’immagine spettrale, di un nonno che non ha neppure mai conosciuto o incontrato tranne che in fotografia? Può essere, inoltre, che in lui Marijana cerchi in realtà di esorcizzare una sua propria inquietudine, un disagio profondo in relazione con la sua famiglia, oppure con la sua etnia, la cultura o la storia del paese d’origine? Non dobbiamo dimenticare che anche la sognatrice ha vissuto una guerra, assurda e sanguinosa come tutte le guerre: quella nella ex-Yugoslavia. Certo è che l’evento descritto nel sogno è sottostante la normale rete di rapporti e di relazioni della vita quotidiana, come simboleggiato dalle due ‘stanze’ oniriche, una con gli ‘amici’ e l’altra degli ‘avi’ – circostanza che può anche alludere ai due paesi di Marijana: l’Italia come paese di elezione e di relazioni ‘moderne’, e la Serbia come luogo della memoria e delle radici, connessa quindi con la terra d’origine e simbolicamente con la madre e la linea di discendenza materna. Secondo Freud il nostro atteggiamento rispetto ai morti è caratterizzato da una sorta di disagio, di senso di colpa, perché – sostanzialmente – noi siamo vivi. Da ciò, egli pensava, derivano i racconti inquietanti di fantasmi e altre forme mitiche o popolari che esprimono paura e rispetto per i defunti. Temiamo la loro rivalsa, le loro ritorsioni e cerchiamo di blandirli: i rituali funebri, la pietà verso i trapassati, hanno lo scopo inconscio di placarne la malevola avversione verso i viventi. Non è raro, sottolinea il fondatore della psicanalisi, avere talvolta pensieri negativi e desideri aggressivi verso le persone care, in primo luogo i genitori e poi via via le altre figure cui si è legati affettivamente, auspicando immaginativamente – in modo più o meno inconscio – la loro morte. Ove questa dovesse realmente avvenire, ci si sente nascostamente colpevoli e, anche se l’evento non si verifica, il senso di responsabilità sembra finire col riguardare in senso lato tutti coloro che trapassano. La storia del sogno di Marijana, però, sembra alludere a qualcosa di più profondo, di mitico: un antenato perseguitato, recluso e ucciso nelle terre nordiche, nelle regioni del buio, del freddo e dell’inedia e portatore, in senso simbolico, di una valenza di liberazione, essendo stato un partigiano. Perché Marijana se ne sente responsabile, perché avverte il bisogno di inscenare o di partecipare ad un rituale onirico di pacificazione per la morte di questo nonno? Forse, al fine di comprendere, può venirci in aiuto la filosofia buddista per la quale ognuno di noi è effettivamente responsabile e in relazione con tutti gli altri esseri viventi, partecipa del loro dolore, della loro colpa o della loro gioia. Tale relazione, karmicamente, sembra essere particolarmente intessuta con le persone che costituiscono la nostra famiglia, il nostro gruppo sociale, di cui siamo gli eredi, oppure che rappresentano la nostra discendenza. Si dice, ad esempio, che l’unico modo per ripagare davvero il debito di gratitudine che abbiamo verso i genitori e verso gli avi è quello di portare a buon esito la nostra stessa vita, quella che ci viene attraverso di loro, cioè di raggiungere l’Illuminazione: la nostra Illuminazione costituirà un beneficio karmico anche per loro, perché in qualche modo la loro azione si risolve nella nostra. Marijana può quindi accogliere il carico di sofferenza che viene dal passato – sicuramente legato al nonno citato, ma probabilmente più vasto e profondo, fino a costituire una zona interiore della stessa sognatrice, dolente e imprigionata in un metaforico freddo e nella morte. La pacificazione di questo carico di dolore si può fare, la sofferenza profonda e radicata si può sciogliere attraverso il perseguimento della propria realizzazione personale e auto-conoscitiva, trovando fiducia, coraggio, serenità. Può non essere un cammino facile, ma il sogno sembra suggerirlo come indispensabile, altrimenti la ‘stanza moderna’, cioè la vita quotidiana e di veglia, rischia di essere ostacolata da un carico archetipico irrisolto di notevole entità. E’ bene, quindi, che Marijana ‘apra la bocca’ e pronunci attivamente e con scioltezza le parole della pacificazione e della ricerca di libertà.

 

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